“Perchè non sia vano soffrire”
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A Scuola16b[1]

Federico, anzi Fede, entrava in classe con tutta l’esuberanza dei suoi sette anni: un saluto distratto ad alcuni e subito, con uno sguardo che chiedeva perentoriamente attenzione, attirava intorno a sé altri, con i quali condividere entusiasmi, passioni e scoperte. Così iniziava la sua mattina scolastica e i suoi gesti, la voce, i modi lanciavano un messaggio chiaro e inequivocabile : “Sono arrivato, ascoltatemi !” Come ignorarlo? Impossibile vanificare la sua prorompente , dilagante, incontenibile personalità che scatenava un turbinio di energia . A volte quei suoi favolosi, penetranti occhi neri, sempre vigili, mai mansueti o supplichevoli, diventavano due fessure minacciose e Fede si lanciava , con la consueta irruenza, in uno scontro senza possibili mediazioni: difendeva con ostinata determinazione le sue posizioni, convinto che qualsiasi cedimento avrebbe rappresentato un’ inaccettabile debolezza. E lui, con i suoi sette anni già così intensamente vissuti, ostentava una pretesa fermezza e indipendenza, quasi a significare che “ ce la poteva fare da solo”. Eppure Fede, non era un “duro” e , come tutti i bambini della sua età, desiderava essere accolto e amato. E ancora una volta erano gli occhi che lo tradivano: lo sguardo si faceva tenero e dolce quando regalava qualcosa ai compagni , allungava un disegno alla maestra o raccontava l’ultima delle sue innumerevoli nuove esperienze. Occhi ridenti, straordinariamente felici quando la sua Inter vinceva, occhi che ogni giorno gridavano al mondo intero la sua gioia di vivere.

La maestra Silvia